Maggio 2007
Antonella Perrero riempie i fogli di versi come fossero lacrime, non importa se di tristezza o di gioia. Lacrime e basta, purché frutto di sentimenti esagerati che sgorgano improvvisi e colmano il quotidiano. Un taccuino a raccoglierli, un pezzo di carta strappato chissà dove a fissare l’istante, pizzicato sotto un vaso perché un gesto sbadato non lo faccia volare asciugando le lacrime e cancellando la memoria. Poi ci sarà tempo per riprenderlo e inserirlo in un tutto, per rielaborare il sentimento e tesserlo con la ragione fino a farne una voce comprensibile al resto del mondo. Antonella Perrero, di Villanova, scrive poesie fin da quando era bambina, quasi costretta da un meccanismo mentale che traduce in versi ogni pensiero, fissandone l’esagerazione nella forma che merita. Una pagina del diario fra compiti e scarabocchi, uno spazio bianco in un quaderno fitto di esercizi, ogni foglio era una scusa buona per pensare in versi. Ha buttato via quasi tutto, negli anni, tradita dalla naturalezza di un poetare che le faceva sembrare normale tutto quanto scriveva. Anche se una bambina che pensa in versi non passa inosservata e torna utile in ogni occasione, per il mondo dei grandi: una poesia per un compleanno, un matrimonio, la visita del vescovo.
Poi un giorno Antonella è passata, con la stessa naturalezza, dal pensiero al pianto senza cambiare l’esito dell’azione, il verso appunto, salendo quello scalino che ti porta dove il talento non conta se l’espressione è sincera. Più che sincera, inevitabile. Quasi il verso fosse l’appendice necessaria di un sentimento altrimenti incompleto, l’inchiostro le lacrime di un colore indelebile, che asciugandosi fissa la sua verità. La vita di Antonella scorre tranquilla come la naturalezza dei versi, per chi guarda dal di fuori. Vorrebbe studiare lingue, da ragazza, ma a separare Villanova a Torino, neanche troppo tempo fa, sembrava essere l’eternità. E così sceglie le magistrali di Lanzo, dove scopre un mondo di cui si innamora, i bambini. Insegna per anni in vari paesi della zona, poi rileva insieme alla sorella il negozio di calzature dei suoi genitori, nel cuore del paese, e lo gestisce fino a pochi anni fa. Non smette di scrivere, nemmeno negli anni del girovagare paziente di scuola in scuola, neppure fra libri contabili e scorte di magazzino.
Ma quando abbassa per l’ultima volta la serranda dello storico negozio, è come se tutti i versi scritti fino a quel momento e sepolti chissà dove si rianimassero di colpo, a reclamare la vita che avevano serbato, esagerati e discreti, in attesa che l’inchiostro tornasse ad essere lacrima e a pulsare. E così scrive, Antonella, scrive più di prima. I bambini tornano con forza in primo piano, non più timidi e stupendi dietro i banchi o beffardi e irriverenti sopra i banchi, di fronte alla supplente di turno. Tornano nella purezza dei sentimenti che li traduce in versi, nelle notizie che li riguardano sfondando la cronaca e lacerando il cuore, in un dolore e in una tenerezza che trovano pace sulla carta, fino a strappare le menzione d’onore ai giurati del concorso nazionale di poesia “Pablo Neruda” di Pinerolo. E torna anche la memoria del tempo passato, torna su gambe stanche, come scrive Antonella in un componimento, torna nella malinconia di momenti lontani eppure presenti. In un intimismo esasperato che rasenta l’ermetismo. In un universo dove la tecnica non conta e neppure la metrica. Conta soltanto che le lacrime, di dolore o di gioia, sappiano fissarsi sulla carta, senza asciugarsi mai.