Valerio Bia

Ottobre 2005

Valerio Bia ha incominciato a correre fin da bambino e non si è più fermato. Ma non è una corsa frenetica e scomposta, la sua; al contrario, è una corsa in linea retta, essenziale e asciutta come il suo fisico, che dimostra molto meno dei 57 anni dichiarati, animata da scatti continui ma, al tempo stesso, assolutamente regolare. Perché correre, in fondo, è l'esatto contrario dell'andare veloce: vuol dire fissare un traguardo e concentrarsi per raggiungerlo, riconoscere un limite oltre il quale è impossibile andare, trovare un'andatura adatta a noi che ci aiuti a scandire il tempo e a non aver più bisogno dell'orologio. Vuol dire, in altri termini, scegliere un ritmo tutto nostro, separato dalla frenesia del mondo che ci circonda e che procede a perdifiato per arrivare chissà dove, senza rendersene conto e senza sentire il tempo.

Valerio Bia le prime corse le faceva all'oratorio di Devesi: correva per arrivare prima dell'apertura e potersi scegliere le bocce sintetiche, perché con quelle di legno si giocava male, o per guadagnarsi la prima fila davanti al televisore del parroco, il primo della borgata. Quello del bar sarebbe arrivato solo più tardi e lì non c'era bisogno di sgomitare: ci si ritrovava tra amici, la sera, e si guardava tutti insieme le immagini di un'Italia che, anche lei, allora correva davvero. Poi il tempo passò, venne il '68 e proprio in quell'anno Valerio Bia si diplomò ragioniere con il primo ciclo di studenti licenziato dal Fermi, che allora era una succursale dell'Einaudi di Torino. Il suo futuro sarebbe stato un posto in banca, in quegli anni ancora piuttosto facile da trovare, o un ruolo simile, ma l'idea non  lo attraeva. Di numeri e partita doppia ne aveva già avuto abbastanza al Fermi, dove l'unico modo per evadere era impilare quattro libri sulla sedia per essere più alti e poter sbirciare dalla finestra le squadre che si allenavano sul vicino campo da calcio. La sua vera passione erano le materie letterarie e così si rimboccò le maniche, si allacciò le scarpe e si rimise a correre, per arrivare non più all'oratorio di Devesi ma alla Ca' Foscari di Venezia, fra le poche università che all'epoca accettavano studenti provenienti da scuole diverse dai licei. Si laureò in lingue e letterature straniere e decise che la sua vita sarebbe stata la scuola

A partire dal '74 insegnò inglese alle medie di Lanzo e Balangero, poi a Torino, Settimo, Venaria, Ciriè e infine, nell'85, approdò al “suo” Fermi, dove sarebbe rimasto per vent'anni, fino alla primavera scorsa, quando decise che poteva bastare così. Ormai aveva accompagnato al diploma una generazione di studenti e poi i loro figli: di aspettare anche i nipoti non gli sembrava il caso. In tanti anni ne ha viste cambiare, di cose, nel mondo della scuola. Ne parla sorridendo e rifuggendo toni moralistici, ma anche dicendo chiaramente quello che pensa: non sono i ragazzi ad essere cambiati, ma la società intorno a loro, un mondo che non corre ma va veloce, una realtà che usa e getta tutto, compresi i valori come l'impegno, il senso di responsabilità, la tolleranza. Quelli che il professor Bia ha cercato di trasmettere ai suoi alunni e che ora continua a vivere e a coltivare attraverso le sue passioni. Lo sport, innanzitutto, quella “scuola” che non si stancò mai di consigliare agli studenti, perché ti insegna che solo con il sacrificio puoi ottenere veri risultati. Da giovane giocava a calcio, con una tecnica non proprio sopraffina, per sua stessa ammissione, ma con polmoni eccezionali che ne fecero un pilastro del Devesi, di cui fu anche dirigente. A quarant'anni, invece di appendere le scarpe al fatidico chiodo, si limitò a svitare i tacchetti e si diede al podismo. Entrò nell'Atletica Balangero Nole, portando la sua energia a tutti i livelli (fu anche presidente ed è tuttora dirigente) e prendendosi ancora recentemente qualche bella soddisfazione, come un paio di titoli piemontesi over 50 sui quattrocento e cinquecento metri. E non è tutto, perché il “professore” è anche vicepresidente del Comitato “Corri con il treno” e preparatore atletico dei ragazzi di Devesi al Palio dei Borghi: dietro alle vittorie conquistate dalla gloriosa formazione c'è il suo zampino.

Ma quella di Valerio Bia è soprattutto una corsa attraverso il mondo. Tanti viaggi, nella sua vita. Anzi, un unico viaggio continuo, in allegra solitudine, senza orari né tappe organizzate, alla scoperta di mille valori e mille contraddizioni, di popoli proiettati verso un futuro che non sempre è progresso e di altri che ci ricordano chi eravamo. Una decina d'anni fa gli venne anche il dubbio che la terra non fosse poi così rotonda come si dice e decise di verificare di persona. Prese tre mesi di aspettativa, partì da Milano e puntò verso Est, procedendo sempre rigorosamente in linea retta. Attraversò l'Europa, l'Asia, poi un oceano, l'America e un altro oceano. Tornato a Milano, sentenziò: è davvero rotonda. Ed è una fortuna che sia così. Perché vuol dire che in qualunque direzione si decida di andare, alla fine si ritorna sempre a casa. A casa, non semplicemente al punto di partenza. A casa, ovvero a se stessi, più ricchi di prima. Purché si abbia voglia di correre, verso un traguardo preciso, in linea retta.

Andrea Strumia

 

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Come copywriter ho scritto di tutto, per tutti: dalle banche alle istituzioni, dall’industria ai servizi, dall’high-tech al turismo.

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